Prendete una fotografia qualsiasi, scattata in una piazza italiana un giorno feriale. Un ragazzo di vent’anni è in piedi con un cartello in mano e lo zaino su una spalla. Non grida e non sembra furioso. Guarda l’obiettivo con un’attenzione paziente, come chi ha già spiegato la cosa molte volte e non si è stancato di spiegarla. In quella faccia non c’è niente di quello che gli adulti si aspettano di vedere: né rabbia, né posa, né l’orgoglio di chi si sente eroe. Sembra chiedere solo che qualcuno lo ascolti fino in fondo.
Cosa c’è scritto su quel cartello? Ditelo voi.
È la faccia di una generazione che sta cercando un nome. Non è una generazione di chi è nato nello stesso arco di tempo, ma la generazione delle persone che vivono questo momento che urla giustizia e pace, persone di età diverse, giovani e anziane.
La stessa faccia compare ormai da anni, in contesti che sembrano non avere nulla in comune. La si trova tra i volontari che distribuiscono pasti in una mensa di quartiere e tra gli studenti che organizzano una raccolta firme. La si vede nella ragazza che, dopo il lavoro, passa la sera a tradurre la testimonianza di un rifugiato, e in quella che durante un dibattito pubblico alza la mano per fare una domanda scomoda, con garbo e senza scendere a compromessi. Sono lontani l’uno dall’altra per città, per mestiere, per idee politiche. Ma lo sguardo è lo stesso: limpido, ostinato, per niente ingenuo.
Dare un’etichetta a un’intera generazione è sempre un’impresa ingrata, e gli interessati sono i primi a diffidarne. Eppure queste persone hanno un tratto comune così evidente che pretende una parola. Il caso ha voluto che la parola non nascesse in un’aula universitaria né in una redazione. Sono stati loro a trovarla, quasi per sottrazione, quando si sono accorti che nessuna delle definizioni disponibili reggeva. Attivisti climatici? Ma il clima, per loro, non si separa dalla giustizia. Studenti? Volontari? Cittadini? Ognuna di queste parole è vera e ognuna è troppo stretta. Alla fine ne è uscita una che li comprende tutti: pace. E se la si guarda bene, non è la pace dei manifesti, quella intesa come semplice assenza di guerra, la cosiddetta pace fredda. È qualcosa di più esigente, che riguarda il modo in cui si vive accanto agli altri.
Per capire da dove viene questo sguardo bisogna ricordare in che mondo sono cresciuti. La loro infanzia ha avuto per sfondo la crisi economica, l’infanzia successiva il clima che cambia, l’adolescenza una pandemia che ha chiuso le scuole e svuotato le strade. Le guerre le hanno viste in diretta, sullo schermo del telefono, tra un messaggio e una foto di compleanno. Hanno imparato presto che il male viaggia veloce e che lo si può guardare ventiquattr’ore su ventiquattro. Hanno anche imparato che la paura è un modo di governare le persone. Quando i giornali raccontano soltanto distruzione, il messaggio implicito è che non resta altro da fare che difendersi e armarsi. Loro hanno scelto di non crederci.
Di generazioni giovani, il Novecento ne ha viste molte, e il confronto aiuta. Questa è diversa da tutte. Non è perduta, perché non ha mai avuto il tempo di sentirsi padrona di qualcosa che potesse perdere. Non è disperata, perché la disperazione è un lusso che non si concede a chi ha troppo da fare. E non ha un manifesto, per una ragione precisa: non crede che il cambiamento arrivi dall’alto, da un leader, da un partito, da un testo scritto da altri. Crede che arrivi da una trasformazione che comincia dentro ciascuno e poi, a poco a poco, si riflette sul mondo.
Coloro che li osservano dall’esterno possono restare spiazzati: si aspettano un movimento e trovano una rete; cercano un portavoce e si trovano davanti cento voci che dicono cose diverse sullo stesso orizzonte; si preoccupano che non ci sia un’ideologia compatta, e non si accorgono che l’assenza è voluta. Questa generazione non chiede a nessuno di essere d’accordo su tutto, chiede soltanto di cercare insieme. Il dialogo tra culture, tra fedi, tra posizioni lontane non è per loro una formula di cortesia, è il solo metodo che conoscano per superare le differenze senza cancellarle. E mentre i media li raccontano quando protestano e li dimenticano quando costruiscono, loro continuano a fare le cose più difficili da raccontare: intervistare chi lavora per la pace senza fare notizia, analizzare un conflitto senza semplificarlo, dare la parola a chi non ne ha mai avuta.
Nulla di tutto questo li rende immuni dai rischi. Una generazione che rifiuta le etichette rischia di non riuscire a organizzarsi. Una generazione convinta che tutto sia connesso rischia di perdersi nella vastità dei problemi, e di sentire a volte che nessun gesto sia abbastanza. C’è poi la stanchezza di chi non chiude mai gli occhi. Ma qui sta forse la differenza più profonda con chi li ha preceduti: non pretendono di essere già arrivati. Quello che dicono di sé non è “siamo la generazione della pace”, è che lo stanno diventando. Una cosa che si costruisce ogni giorno, con le voci, le storie, le domande, non si può dichiarare compiuta.
Nota: Il titolo dell’articolo vuole intenzionalmente ricordare quello di John Clellon Holmes pubblicato nel 1952 con il titolo “This Is The Beat Generation”.








